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La bessabova nel folklore romagnolo e relativi riferimenti di carattere generale.


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La Biscia Bova è l’espressione metaforica nel linguaggio popolare romagnolo del simbolo del serpente, immagine che fin da sempre racchiude al proprio interno una doppia valenza che si estrinseca in un aspetto positivo ed in un aspetto negativo. Con particolare riferimento alla stregoneria, lo stretto legame di quest’ultima con la figurazione del serpente è interessante per l’accostamento dell’immagine di questo animale alla simbologia delle acque di chiara valenza simbolica lunare. A riprova di tutto è facile ricordare come il serpente era associato alle dee antiche dei pantheon, quali Ecate, Ishtar e Artemide rappresentato come immagine stessa del ciclo lunare che si annoda e si scioglie senza fine.
Nel dizionario Romagnolo il termine “Bessabova” sta ad indicare il “Drago” inteso a sua volta come turbine, tifone, tromba marina, un insieme di sinonimi utilizzati per rappresentare tutti quei fenomeni atmosferici violenti che si manifestano come una specie di forcella, che formatasi sul mare da un turbine a forma di colonna, si porta in alto fino alle nuvole. In molte parti d’Italia, tale forcella viene detta “Dragone” che sta ad indicare quella nube conica con strascico di coda tortuosa che si infrange fragorosa e lampeggiante sul mare, risolvendosi con una imponente caduta di pioggia.
Anselmo Calvettti , che ha dedicato un attento studio alla figura della “BessaBova” nota che, nell’ambito del mondo popolare romagnolo, tale connotazione potrebbe essere derivata dalla fusione sincretica della figura del “Serpente”, inteso come signore delle acque, con quella dei “Bovini”, a loro volta consacrati al Dio del fulmine e delle tempeste. Si comprende come il Bue sia un prezioso ausiliare dell’uomo, ma anche come nel suo aspetto ci sia un’apparenza sia di dolcezza e distacco capaci di evocare contemplazione.

Tornando alla BessaBova si osserva come attraverso il tempo l’origine e la motivazione di tale nome subirono una serie di modifiche o vennero direttamente dimenticati. Una favola romagnola, la “BèsaBura”, trasmessa oralmente tra Lugo di Romagna e Ravenna, trasmuta l’aspetto di tale figura di serpente e bovino in un’orchessa che nel sottosuolo custodisce un tesoro. La tradizione vuole che un giorno a lei giunge un bambino fatto precipitare dalla matrigna attraverso un Pozzo nelle viscere della terra. E’ interessante osservare come il pozzo nella tradizione popolare romagnola rivesta un carattere di sacralità, rappresentando una sintesi dei tre ordini cosmici: Cielo, Terra, Inferi, corrispondente ai tre elementi: Acqua, Terra, Aria; una sorta di sintesi cosmica dal basso verso l’alto. Il pozzo appare come un’immagine alla quale si associa conoscenza e verità; un gigante cannocchiale astronomico puntato dalle viscere della terra al polo celeste induce la formazione di un canale di connessione terra/aria, quel canale attraverso il quale l’uomo bambino raggiunge il tesoro ovvero la conoscenza, la meta finale che per il cristiano è l’incontro dell’uomo con Dio. E’ dunque evidente il rapporto tra le rappresentazioni di elementi acquatici, siano essi pozzi e fonti, siano turbini e tempesta.
La BessaBova romagnola, così come la consociamo, presentando uno stretto legame con lampi e fulmini che si vedono sul mare a forma a forcella, rimanda all’immagine dell’Albero dell’Eden attorno al quale si avvolge a spirale il serpente tentatore. I rami dell’albero sono due e stanno a significare la possibilità di scelta di Eva tra due strade, simboleggiando spiritualmente il concetto di libero arbitrio. Così come l’albero, simbolo di vita in continua evoluzione ed in ascensione verso il cielo, evoca il simbolismo della verticalità, il pozzo altro non è che una connessione terra/aria, e la Bessabova, per analogia di forma, viene a rappresentare una unione da una dimensione all’altra.

In molte civiltà il “Sole” assume figurativamente ed ideologicamente vari significati. Tra i più pertinenti il nostro studio rientra quello del sole “fecondante”, capace di nutrire la terra con i suoi raggi e calore dando la vita, che si fonde sia con l’immagine del serpente, che rappresenta la pioggia, che con quella del lampo che diviene scintilla di vita e potere della fertilità. Scrive “Calvetti”: “[…] il mitico serpente dona la pioggia e benefica gli uomini e punisce i misfatti di costoro inviando la tempesta […]”. Nel racconto della Creazione il termine ebraico corrispondente BessaBova, può essere tradotto indifferentemente come lampo o come luce indicando che il Dio biblico è un dio dei lampi e di fuoco. L’espressione del profeta Daniele “Dio ha il viso brillante come il lampo” può avere differenti significati: sul piano spirituale il lampo produce una luce interiore che obbliga il soggetto a chiudere gli occhi ed a raccogliersi in se stesso; su un piano terreno il lampo, come la pioggia, ha il valore di seme celeste, ed entrambi costituiscono due facce dello stesso simbolo fondato dalla dualità acqua-fuoco. Non è a caso che nel ritratto di “Simonetta Vespucci” di Piero di Cosimo, la nobile fiorentina amata da Giuliano de Medici ucciso nella congiura dei pazzi del 1478, indossasse una collana, intorno alla quale, un serpente era stato avvolto per indicante la sua prematura scomparsa. Osservando poi attentamente il fondo della tela, si osserva come una nube nera, segno di tempesta imminente e di presagio negativo, faccia ritornare al simbolismo acquatico del serpente e del drago, essere divino che ha giurisdizione sulle acque in tutte le sue forme.

Come apprendiamo dalla bibliografia, il “Drago” era in origine una rappresentazione dell’elemento acquatico, prezioso e pericoloso assieme; nota Propp “[…] da amministratore delle acque terrestri si converte in amministratore delle acque celesti [...]”. Nell’ambito del simbolismo acquatico, l’acqua primordiale assieme a Gea, la madre terra, formano nel suo profondo una materia prima, una sostanza “primordiale” animata che si identifica nella figura del serpente. Spirito dell’acqua primordiale e spirito di tutte le acque sia di quelle che scorrono sotterranee, sia di quelle che scorrono sulle superficie della terra e dai cieli, come della terra stessa, il serpente è l’ulteriore rappresentazione di una variante zoomorfa alata del drago, divinità delle nuvole e delle piogge fertilizzanti, la cui uccisione consente la consacrazione e la separazione tra cielo e terra. E’ nota l’importanza che tali immagini simboliche hanno in molte civiltà agrarie che dedicano particolare attenzione ai fenomeni metereologici; quest’ultime capaci di ricollegarsi all’immagine del fulmine ed indirettamente all’immagine della bessabova, sotto forma di draghi e serpenti, acquatici e volanti, riempiono le cronache di tutti i popoli, alimentando le tradizioni di storie e rappresentazioni fantastiche. Ma da dove vengono questi racconti? Sono il ricordo, come si domanda il Baldini dei grandi sauri e rettili che popolavano la terra? Sono la trasfigurazione di fenomeni naturali e metereologici? Simboleggiano e raffigurano il peccato, l’idolatria, il diavolo? Sta di fatto che in tutte le culture viene narrato l’episodio dell’eroe che uccide il drago, eroe che può chiamarsi Ercole, come il dio egizio Horus, eroe che sin dal Rinascimento viene raffigurato a cavallo preso nell’atto di uccidere un coccodrillo; immagine che ripresa dal cristianesimo riproduce S. Giorgio che sempre a cavallo uccide il drago. L’episodio del drago che terrorizza il paese e poi viene ucciso lo troviamo in una miriade di fiabe e tradizioni orali che hanno caratteri omogenei:
• l’eroe deve affrontare il drago per salvare la fanciulla,
• uccisione del drago da parte dell’eroe,
• eroe che sposa la fanciulla.
A tal prposito Frazer scrive:“ [...] la storia varia nei dettagli da popolo a popolo, ma su per giù e sempre la stessa […]”. Nacque così il motivo dell’eroe umano che uccide il mostro e sposa la fanciulla, ritualizzando il matrimonio ad elemento di passaggio di crescita e di identificazione sociale. Nello specifico del faentino romagnolo, il rito del drago che veniva fatto a pezzi, era rivolto probabilmente al drago-custode della pioggia che è anche rappresentazione delle nuvole, dei nembi, dei temporali.

Nelle paludi vivevano sauri, che come si è detto corrispondono a rettili ingigantiti dall’immaginario popolare, portati poi a leggenda, e non solo legati ad ambienti palustri ma anche ad ambienti terrestri come la “selva”, che assieme al drago ucciso, si ricollega alla propria bonifica, espressione di natura che viene domata per consentire all’uomo di vivere meglio. Il drago è quindi simbolo di una forza ambivalente che può essere pericolosa ma anche fecondatrice, solo col tempo attraverso i secoli, ed attraverso la cultura cristiana, essa diviene simbolo unicamente delle forme pericolose, dell’elemento ostile della natura, di quel mostro che comunque l’uomo deve saper controllare. Ecco che dall’ambito mitico e pagano si passa a quello cristiano e vice versa, in un continuo ritorno di pensieri e parole, sino al progressivo annullamento totale di quello spazio tra terra/cielo che tende a formare quella linea, rappresentante l’orizzonte sferico, che cinge ad anello il globo terrestre. Essa rappresenta l’identificazione del serpente che si morde la coda: ”l’Uroboros” simbolo di manifestazione e di riassorbimento ciclico, di unione sessuale con se stesso, di autofecondazione permanente; ma anche espressione di quella rinascita che trasmuta dalla vita alla morte e che richiama la dinamica del cerchio, in apparenza immobile perché ruota su se stesso ma il cui movimento è infinito, essendo il cerchio stesso la sommatoria di infiniti punti. Animatore universale, nell’ambito terreste e celeste, l’Oroboros è il promotore non solo della vita ma anche della sua durata temporale; esso ha creato il tempo, ed a tal proposito viene rappresentato spesso a spire corrispondenti alla catena delle ore, alla grande divinità cosmogonica, confine di tutte le immagini del mondo.

Nella sua rotazione e trasmutazione, il serpente abbandona la parvenza maschile per esprimere il suo femminile, si avvolge, si abbraccia sino divenire maschio e femmina assieme, un gemello di se stesso, un complesso archetipale legato alla notte delle origini. Originaria espressione dell’indifferenziato primordiale sono l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine, cosa che spiega il loro importante significato escatologico attraverso il quale giungiamo all’evoluzione così complessa del simbolo del serpente nella nostra civiltà.
Alcuni tentativi di riabilitare l’originaria valenza del serpente sono riscontrabili, nell’antichità, grazie ad alcuni movimenti gnostici quali quello degli Ofiti o Ofianoidi che adoravano il serpente in quanto simbolo di liberazione dell’uomo e di illuminazione. Si rileva che l’associazione del serpente con il male e le sue espressioni non è un concetto prettamente riferibile al cristianesimo, esistono testimonianze in tal senso anche dal mondo antico. Il pitone egizio Apophis, ad esempio, era l’emblema stesso del mondo delle ombre assimilato al coccodrillo di Thot e Seth, ucciso ritualmente con effige di cera tramite sacerdoti di Ra (sole) a Tebe . Tale azione è ricollegabile al concetto che vede nella simbologia del serpente il segno di rivolta contro Dio; che considera nell’ambito della tradizione mitica greca i due rettili nati dal sangue dei Titani, capaci di ribellarsi a Zeus, ed addirittura ai due serpenti che furono artefici del tentativo di uccidere un altro dio quale era Ercole soffocandolo dentro la culla. L’esempio di Delfi porta la Pythia a parlare per mezzo della bocca di Apollo, assumendo il dono della divinazione. Ancora nel mitico greco ricordiamo la lotta di Zeus contro Tifone figlio della collera di Era ed allevato dal serpente Pitone; egli dalla forma metà umana e metà di bestia è capace di incarnare l’eccesso delle forze della natura insorte contro lo spirito, come è significativo che per domare questa rivolta, Zeus disponga solo dell’aiuto di Atena e di sua figlia Ragione, così che tutte le grandi Dee della natura possano partecipare all’azione. Quelle stesse Dee nel cristianesimo verranno poi ricondotte a Maria, Madre di Dio Incarnato che lotta contro il male. E’ proprio nel simbolo della Madre che si ritrova la stessa ambivalenza presente nei simboli dell’acqua e della terra, vita e morte sono correlate; nascere significa uscire dal ventre della madre come acqua dal fuoco.

E’ difficile racchiudere in poche righe il tema del significato del serpente, ed in particolare della corrispondente espressione locale della BessaBova creandone un perfetto parallelismo. Sin dal passato l’esperienza culturale popolare tramanda e ricorda che il serpente non è stato solo metafora del male, ma ha avuto una lunga storia iconografica e spirituale proprio dell’esatto contrario. La sua presenza in molte religioni è ormai un fatto storico ed artistico ampiamente attestato; esso viene spesso legato al culto delle acque, ma sempre in bilico tra caratteristiche simboliche opposte e contrastanti tra loro. I caldei avevano un unico vocabolo per “vita” che associava l’ambivalenza dell’acqua alla figura del serpente; d’altronde il simbolismo del serpente è affettivamente legato all’idea stessa di vita. Egli, Signore di tutte le forze della natura, vecchio dio primevo che ritroviamo all’inizio di tutte le cosmogonie, prima che venne detronizzato dalle religioni spirituali era per la lingua semitica stessa espressione di vita. . La chiesa nei secoli successivi ne modificò la spiegazione ed i significati, utilizzandolo nell’agiografia ed iconografia cristiana come simbolo del maligno.
Così il serpente, come il drago, come la bessabova testimoniano il lungo pellegrinare del rapporto evolutivo pensiero/immagine nei secoli, la sua evoluzione a mito e memoria collettiva di culture dotte ed elaborate, a credenze popolari fatte di leggende e fenomeni meravigliosi; il tutto a dimostrare la tendenza dell’uomo di rafforzare il concetto di sovrannaturale, nel senso di estraneo alla sfera del conosciuto, dell’appartenenza al mondo della natura, della sfera del tangibile e pertanto dimostrabile. Si potrebbe desumere che ad ogni manifestazione della natura l’uomo reagisce attribuendo un simbolo a tutto ciò che lo circonda, a tutto ciò che teme e deve esorcizzare con espressione apotropaica, e nel contempo venerare per l’equilibrio suo e della collettività.

Il simbolo come tale è espressione della tradizione culturale di un luogo e di una comunità, ma non solo, esso testimonia la necessità dell’uomo e della sua spiritualità, di assurgere attraverso i tempi alla dignità del vero, pur mantenendo la connotazione mitica e la prerogativa di elemento vivificante nel tempo.

BIBLIOGRAFIA

1. Antonio Marazzi, “Lo sguardo Antropologico, processi educativi e multiculturalismo”, Ed.Carocci, 2001.
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