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Appunti da “Eidos ed Eidolon”

Il problema del bello e dell’arte nei dialoghi di Platone.


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Vivere in una civiltà fatta da immagini non ci aiuta a comprendere, in modo più semplice, che cosa sia una immagine, anzi ci confonde solo le idee. Nel caso di Cassirer parlare di “Idea” oppure di “Immagine” è come parlare di “Eidos o Eidolon” in modo da porre il confronto tra forma e contenuto.
Eidos = idea = forma
Eidolon = immagine = contenuto

Dalla considerazione fatta innanzi si evince come nasce l’esigenza di sottrarre le immagini da una semplice osservazione ricavata da una ambito prettamente artistico, e come invece si rende necessaria un’analisi in ambito culturale, storico, letterario e sociale. Vari autori si trovano concordi nell’affrontare il confronto tra “Eidos ed Eidolon”, sia attraverso i presupposti aristotelici che prevedono l’impossibilità di pensare senza immagini, sia dal punto di vista platonico in cui il rapporto dei due concetti rappresenta la coppia concettuale che abbraccia l’intero modo di pensare del filosofo stesso. Se si confronta il mondo di Platone con l’immagine del cosmo delineata dalla filosofia presocratica, si nota come quest’ultima sia ancora gravata da una certa ingenuità, da una certa semplicità arcaica. Solo in Platone e nel dialogo platonico il pensiero greco diviene dialettico nel senso proprio e profondo , passando dal significato obiettivo dei pensieri alla soggettività dialettica dello spirito di Platone. La forza formatrice del volere si congiunge, nella soggettività di Platone, all’intuito di una contemplazione “Teoretica” del mondo.

La fantasia mitica, nonostante la sua natura si mostri vincolata alle esigenze del sapere ed alla metodologia della conoscenza, presenta un’unità di contrasti. L’attività principale è l’equilibrio spirituale che si manifesta tra la funzione del separare e quella del connettere, ovvero nel meccanismo di unione e separazione. Platone con la necessità del essere esplicito e chiaro, attraverso l’unione dei contrasti non solo realizza l’equilibrio nella sua dottrina, ma enuncia consapevolmente il postulato di qualsiasi conoscenza filosofica che deve essere al tempo analisi e sintesi dei concetti stessi. Difatti non c’è alcun sapere per il dialettico che non sia preceduto dall’esatta distinzione dei concetti che, attraverso ad un ligio processo di analisi in ogni loro parte, esprimono una forza di smembramento pari a quella di riunificazione. In Platone l’essere e la dottrina si compenetrano a tal punto che risulta difficile la distinzione di quale dei due momenti è venuto prima o dopo. C’è un ambito nel quale questa problematica sembra venire a meno, ambito in cui si osserva una decisiva frattura tra quello che Platone insegna e quella che realmente è. Tale ambito è il Platone etico, il pensatore religioso, il matematico che con la dialettica si è procurato l’organo adeguato per migliorare l’espressione del proprio concetto. Nella “Dottrina platonica delle idee”, nella sua concezione e fondazione originaria per Platone non esiste il posto per una estetica autonoma, ma per una scienza dell’arte in quanto l’arte riguardando il sensibile, il materiale, parla delle cose da cui non si può attingere un sapere rigoroso ma sempre un credere opinabile. Tale definizione sembrando un paradosso definisce non solo la personalità di Platone, ma anche la sua dottrina delle idee nell’ambito della sua espressione puramente obiettiva e storica. La particolarità sta nel fatto che da nessuna altra teoria filosofica sono derivati degli effetti estetici più forti e più ampi di quelli scaturiti da questo sistema che nega all’estetica una vita propria ed autonoma.

Nel tentativo di analizzare una “teoria dell’arte e del bello”, lo sguardo si è rivolto al concetto di “Idea” al quale segue quello di “Ideale” , ovvero ciò che è visibile dall’artista. La linea che conduce da Plotino ad Agostino, da questi a Marsilio Ficino e quindi a Winckelmann e a Shelling corrisponde alla linea dei grandi artisti che hanno cercato di trovare nella loro via verso Platone una sorta di connessione storico-spirituale. In modo assai più complesso si configura lo sviluppo subito dalle concezioni platoniche all’interno della teoria generale dell’arte ed all’interno dell’arte stessa, in quanto nell’ambito del rapporta tra Idea ed Ideale domina una oscillazione particolare fatta di attrazione e repulsione spirituale. Nel momento in cui l’arte cerca di fondarsi sul platonismo deve sempre cercare di liberarsi dal suo fascino. Difatti è proprio il concetto di forma della filosofia platonica a minacciare l’arte; essa nel tentativo di depurala di ogni artefatto finisce per sopprimerla. Il conflitto che deriva tra l’arte ed il platonismo, si caratterizza in modo chiaro nello stesso Platone, se si prende le mosse dall’idea di opposizione dei concetti che sono per lui di importanza fondamentale e che in un certo qual modo costituiscono i due punti focali attorno ai quali gravita il suo pensiero:
Eidos e Eidolon = Forma e Immagine
la coppia concettuale che abbraccia l’intera ampiezza del pensiero platonico. Tale coppia è un testimonianza della potenza linguistica del filosofo che con una sola leggera sfumatura dell’espressione, fissa una differenza di significato che nella sua dottrina non trova uguali per l’acutezza e la sistematica. Eidos e Eidolon derivano dalla stessa radice linguistica, esprimono entrambi lo stesso significato del vedere, che per lo specifico significato datogli da Platone racchiudono in sé due direzioni differenti e contrapposte del vedere, della qualità della visione. In un caso il vedere ha il carattere passivo della percezione sensibile che cerca solo di riprodurre in sé un oggetto esterno sensibile, così com’è; nell’altro il vedere è considerato come una libera contemplazione di una forma oggettiva che può realizzarsi solo in un atto spirituale. Concentrandoci su questo aspetto del contrasto, l’originalità della filosofia platonica consiste nell’innalzare per la prima volta il concetto da vero “essere” a quello di “forma”. Anche la filosofia presocratica aspirava a concepire l’essere come unità di forma, ma non ci riuscì se non riassegnandole il suo stato d’ “essere”, ovvero ponendo l’essere in un singolo ente concreto. Nei Pitagorici come in Eraclito, non si parla più di unità nella materia del mondo, ma di una unità che appartiene ad una dimensione completamente differente del pensiero. Invece di accettare il mondo nella sua semplice esistenza, occorre comprenderlo in base al suo “principio”, e come principio si prese il numero pitagorico, l’Uno aleatico, il logos eracliteo. Solo in Platone viene superata definitivamente qualsiasi schematizzazione materiale del puro concetto di essere; una netta demarcazione separa ora definitivamente il mondo delle forme (figure, immagini, apparenze, esteriorità) dal contenuto e dalla verità delle pure forme, o immagini. Ma non si raggiunge la vera origine, l’autentico principio del mondo sensibile fintanto che si cerca tale principio nel mondo sensibile stesso oppure lo si pensa in qualche modo connesso a definizioni materiali.

Platone fonda il suo pensiero del puro volere sapere attraverso la matematica e le norme etiche dal quale emergono delle riflessioni che non appartenendo alla cose materiali, configurano una continuità concettuale che passa dall’Etica alla Matematica ed infine alla Natura. Mi spiego meglio, da questo punto, in modo immediato, le riflessioni conducono alla “natura” delle cose, in quanto non appartenendo, le riflessioni, al solo insieme delle forze e delle cose materiali, per Platone si configura una certa continuità concettuale del percorso che conduce ai problemi dell’etica e della matematica e da quelli della matematica e quelli della natura. Pur differenti sono i contenuti del pensiero platonico, i quali vengono compresi da una domanda unitaria propria del pensiero stesso. Questa domanda che si muove tra il particolare e l’universale, non tratta ne l’uno ne l’altro aspetto ma esprime piuttosto un concetto di determinatezza. Trovare di contro a un relativo un assoluto, di contro a un condizionato un incondizionato è un’esigenza senza il cui soddisfacimento non è possibile né un autentico valore, né un autentico volere, e Platone comprende queste domande prima dal canto del volere, dell’Eidos del volere stesso. Il nostro agire quotidiano non deve essere frutto di un impulso esterno, ma neppure di un atteggiamento che si dissolve in una infinità di azioni casuali, ma deve trovare in se stesso una stabilità, carattere fondamentale di ogni eticità. Ne consegue che l’insieme dei rapporti volitivi, ovvero delle azioni misurate matematicamente, fa si che il volere sia uguale ad un concetto matematico (volere = matematica). Tramite questo concetto che rappresenta un senso di ordine, il mondo del sapere viene associato a quello del volere (sapere= volere = matematica). Con l’ampliamento del cosmo etico, che si realizza in questa analogia, Platone supera il pensiero socratico. Il tutto si sposta dall’etica alla riflessione dialettica, ovvero a quella riflessione che lui concepisce come la dottrina dell’oggetto, sempre nella misura in cui esso viene elaborato come puro oggetto del sapere. Si presume che non ci sia una concreta sicurezza nel “sapere” se nel sapere stesso non siano sono dei contenuti stabili ed immutabili; tra l’altro il mondo sensibile, il mondo delle sensazioni e della percezione immediata, non ci mostra mai questa costanza, ovvero la coerenza del contenuto con se stesso. Secondo Platone il mondo sensibile è il mondo della contraddizione nel quale non ci sono sicurezze stabili, in quanto le innumerevoli esattezze si autoeliminano reciprocamente. Così se nel sensibile non ci sono “virtù” autonome che esistono a prescindere dal pensiero, ma al contrario ogni volta che pensiamo di cogliere qualcosa, di una qualsiasi natura, si vede come il sensibile si propaga in una serie infinita di relazioni. Di fronte a questo oscillare ed ondeggiare della percezione e della rappresentazione del sensibile, al pensiero non rimane altro che rifugiarsi nella propria essenza. Solo nell’accertarsi della presenza di tale struttura siamo certi e sicuri che il tutto non si dissolve nel continuo movimento, e che tutto non viene devastato dai nostri “fantasmi” soggettivi, appurando così al contempo la natura logica.
Alla esattezza presente nell’ambito del volere associando l’esattezza del puro sapere, cosa che per Platone si esprime solo nella matematica, si contrappongono due ambiti in cui non è presente nessuna stabile e veritiera struttura dell’essere, anzi si affiancano degli ambiti nei quali il movimento della rappresentazione (artistica o immagine) e della fantasia (magia) induce solamente ad una simulazione della rappresentazione stessa. Ci si trova di fronte al “Mondo della Natura” ed al “Mondo dell’Arte”, del sensibile e dell’ideale, a quel contrasto tra Eidos/Eidolon dei due modi opposti del concetto di visione. Sia l’ambito dell’apparenza della natura che quello dell’arte appartengono alla sfera della pura immagine; nessuno di essi sviluppa una forma che rimane uguale a se stessa, cedendo entrambi ad un domino soggettivo. Nessun sapere oggettivo può penetrare nel mondo del divenire, del formarsi, poiché il concetto del sapere esclude da sé il concetto del divenire, ovvero della mutabilità. Platone si è mantenuto fedelissimo a questa posizione nei confronti del semplice divenire naturale delle cose, ne segue che nessuna delle “scienze” presunte della natura, può mostrare la via verso il regno delle pure forme.
E così che attraverso il tramite della “natura” si esprime in tutta la sua acutezza il contrasto tra la forma sensibile e quella ideale, tra Eidos e Eidolon, tra immagine e forma. Eppure proprio su questo argomento si gioca un contrasto non esclusivo, dal momento in cui la dottrina platonica delle idee è dominata tanto dal pensiero della separazione fra “idea” ed “apparenza”, quanto tra quello della connessione. Per il fatto di venire distinta dal mondo delle pure forme, l’ “apparenza” non è perciò condannata alla totale negatività ed assoluta nullità. In ogni divenire della natura, soprattutto in quello originario di ogni divenire che si rappresenta nei movimento del cielo e nei decorsi delle stelle, si svela un ordine stabile, una misura che rimane sempre uguale a se stessa.

In ogni divenire della natura c’è un ordine stabile, ripetibile, affidabile che attraverso la matematica ed i rapporti numerici permette a Platone la costruzione scientifica dell’essere; al contempo la natura non è un problema della matematica in quanto in essa è contenuto un intero riferimento alla matematica stessa, una misura interna ed una forma esterna. Platone distingue sempre questa via da quella della pura conoscenza razionale, egli delimita l’ambito del mito, a cui si deve necessariamente ricorrere dall’abito del divenire naturale, identificando la via della conoscenza razionale e la via del mito dove tutto è verosimile. Grazie a questo atteggiamento, tale “mito” deve esistere non come verità poetica ed arbitraria, ma come realtà “verosimile”, che sostiene sia il contrario rispetto alla pura verità, che il puro riferimento ad essa. Dal Fedone alla Repubblica al Timeo si può seguire un’evoluzione del problema, il quale attraverso il mezzo della matematica vede compiere la riconciliazione del regno della natura con il regno delle pure forme. Si legge nello stesso Fedone , che la fuga dal mondo diventa una fuga dalla natura che sottolinea anche che la fuga razionale; osservare le cose con gli occhi e tentare di coglierle con ciascuno dei sensi, comporterebbe allo stesso Platone la possibilità di diventare cieco nell’anima, perdere il contatto con l’ “idea”.

Nella natura è contenuta la matematica all’interno della quale, grazie ad un meccanismo sicuro e ripetibile, come il movimento del Sole, della Luna e delle Stelle, Platone costruisce l’intero mondo scientifico fatto di conoscenza razionale e conoscenza mitica, in cui regna il “verosimile”. Segue che grazie alla matematica Platone unisce il regno della Natura e delle pure Forme in quanto tutto sta in relazione grazie a rapporti matematici, nei quali l’Universo intero non è più visto come una mescolanza arbitraria di materia, ma un sistema conformato secondo numeri e figure geometriche. Segue che ogni mutamento si compie nell’unità di tempo, che non scorre ma persiste, permettendo al tempo di presentarsi come un’immagine, progressiva dell’eternità conforme al numero che noi stessi abbiamo chiamato tempo, avendo la sua misura immutabile, i suoi periodi i suoi ritmi. Ecco come il “tempo” diventa un’ “immagine” mobile:
Tempo = Immagine

Questa è la teoria del divenire e della natura nel sistema platonico, ove per la mediazione dei concetti matematici di tempo e numero diviene, alla fine, visibile un numero fisso equiparato al’idea pura. Il timore nella “natura” intesa come semplice sensibile, ovvero materiale, ovvero concreto è ora scomparso. Essa è diventata, in quanto immagine, immagine di un qualcosa di interamente intellegibile. Passando al mondo dell’ “arte” da quello della “natura”, nuovamente si acutizza il contrasto tra il mondo delle forme pure ed il mondo delle semplici immagini, il contrasto tra Eidos ed Eidolon. Poiché l’arte pretende di mostrarci una “seconda” natura, si produce in essa uno sdoppiamento dell’immagine a sua volta riflessa e mediata dall’essere che la riproduce, il quale anziché innalzarci verso l’assoluto ci fa sprofondare nel mondo di tutto ciò che è dedotto e mediato.
Passando dal concetto di natura al concetto di arte, il contrasto tra Eidos/Eidolon si acutizza in quanto l’arte ci mostra una II° natura ovvero una sdoppiamento dell’immagine. Ne consegue per Platone che se nella natura tramite la matematica si coglie il divenire immutabile (tempo = immagine), nel mondo dell’arte tutto ciò non è possibile in quanto soggettivo; ecco come l’attività artistica viene letta come imitazione.
Attività Artista = Imitazione

Così mentre il dialettico pone un Eidos, ovvero una sintesi di significato, l’artista crea l’eidos, la forma essenziale, che diventa il modello che esiste precedentemente. Così distinguiamo il modellatore divino come autore delle pure forme essenziali, l’artigiano umano come produttore di cose reali e l’artista come semplice mimetico produttore di apparenze, il quale allontanandosi dalla “produzione originaria” l’estingue. Per Platone non esiste alcuna specie di puro creare che non sia condizionata e guidata dal puro vedere. Difatti l’arte “libera” del pittore sembra come produrre dal nulla, o meglio, Platone vede in questo produrre un puro accostarsi al sensibile che invece di essere riconosciuto come copia viene trasformato in modello originario, in una sorta di norma vincolante per l’artista.

Ci troviamo qui ad un punto in cui la teoria di Platone e la successiva teoria dell’arte si separano in modo netto e definitivo. Le teorie postume hanno cercato di superare il divario tentando di liberare l’arte dall’accusa di essere pura “imitazione” sostituendo il rigoroso concetto platonico di “idea” con quello brillante di “ideale”. Studiosi come Carl Justi nel suo scritto “Gli elementi estetici nella filosofia platonica”, ha cercato di dimostrare che l’idea, non è un oggetto logico oppure etico, quanto piuttosto un oggetto estetico, ovvero un’ufficializzazione di quell’archetipo spirituale che si presenta in forma intuitiva agli occhi dell’artista quanto questi crea. L’ “ideale” estetico, visto nel suo significato tradizionale, è, e rimane una forma indefinita in quanto non appartiene ne nel mondo del sensibile ne nel mondo dell’intelligibile, ma deve oscillare continuamente fra questi due mondi. Considerando che per Platone tutto quello che è sensibile/ intuitivo rimane una immagine fantastica, ne consegue che l’immagine è differente dall’idea pura. Sia avrà che nel mondo della natura, del sensibile ciò viene accettato in quanto il fenomeno del divenire realizza, attraverso la matematica ed i rapporti numerici, le forme eterne dell’essere.

Ma il prodotto dell’artista non può uguagliare l’idea attraverso la sua espressione simbolica? Secondo Platone il giusto mezzo sta nella matematica, in quanto il bello artistico o materiale è ciò che sottende determinate relazioni numeriche e misure. Segue che nasce il concetto di Bello/Bellezza mediato dalla misura e dalle proporzioni. La tensione tra “forma” ed “immagine”, tra Eidos ed Eidolon raggiunge qui il suo massimo contrasto. Si solleva qui la questione che se l’immagine, così essenzialmente diversa dall’idea pura non possa partecipare o alludere ad essa. Nella natura tale illusione veniva soddisfatta in quanto il fenomeno del divenire era ciò che attraverso i puri rapporti numerici, tramite la matematica, rimandava al regno delle eterne forme dell’essere. Domanda: Il prodotto che l’artista crea non è nello stesso senso, tanto manifestazione quanto velamento? Anche se nulla mai potrà uguagliare l’idea, non se ne può almeno dare un’espressione simbolica? Anche qui l’accordo attraverso il giusto mezzo della matematica sembra manifestarsi spontaneamente; consideriamo per Platone ogni “bello”, inteso come bello naturale o artistico, esso si basa su determinate relazioni numeriche e di misura. Qui per la prima volta ci imbattiamo nel “fondamento” vero e proprio della bellezza nelle sue espressioni più perfette, in quanto Platone non ammette in alcun modo che la forma sensibile possa uguagliare in bellezza la forma pura della matematica. Così tramite il concetto mediano di misura, la “bellezza” e la “verità” vengono ricomposte in unità in armonia e proporzione. L’autentica bellezza non è la bellezza dei corpi viventi o quella di certi dipinti, bensì la bellezza di superfici e corpi tali da essere determinati dalla regola e dalla squadra, ovvero di quelle cose belle di per sé.

L’Artista a differenza di Platone non cerca l’oggettività delle cose, ma nel momento in cui crea, egli imita e riproduce le cose così come sono, come appaiono nella loro esteriorità. Segue che l’artista nella fase di creazione blocca l’immagine e l’impressione, esprimendo un ambito fatto di illusione; per Platone il fascino che l’opera d’arte esercita diventa un incantesimo magico. Non dimentichiamo che il primo passo dell’artista sta proprio nel eliminare questa “separazione”; il suo regno è quello dell’illusione, dell’intreccio ed il reciproco compenetrarsi di apparenza e concretezza. Tutto il fascino che le opere dell’artista imitativo esercitano su di noi si basano su questo pericolosissimo incantesimo magico; ecco come l’arte dell’artista, del sofista, dello scultore vengono paragonate da Platone a quella del “mago”. Difatti se il dialettico ci insegna riconoscere le ombre sulle pareti della caverna per quelle che sono, ovvero ombre, il mimetico contrasta tale visione. Invece che avanzare verso al verità della forma pura e del puro essere, egli si trattiene in quella zona crepuscolare mediana in cui si confondono i confini tra luce e buio. Questo mescolamento, questo oscillare tra i due mondi della forma e dell’immagine, è quello che Platone rimprovera all’arte, ovvero alla forma imitativa.

Nel Rinascimento si parte dal concetto di ascesa dell’anima per arrivare all’idea del Bello, dell’Eros unico elemento, come dottrina autentica, che per Platone giustifica una produzione artistica. Si deduce che attraverso una prima contemplazione del sensibile, l’artista si immerge in una prima forma di analisi del bello ma poi transita dalla bellezza del corpo alla bellezza dell’anima. Di questa trascendenza nei confronti di tutto che è limitato materialmente e di tutto ciò che è sensibilmente singolo, l’arte imitativa non sa nulla. Al posto di tentare l’ascesa “al di la dell’essere”, essa tende con l’imitazione a ciò che è sensibilmente certo; solo la dialettica ci mostra la vera via, la via verso la contemplazione del bello. Quanto più intensamente Platone rimprovera all’opera artistica magia e illusione, tanto più si avverte quanto egli sia preso da questa magia e con quanta difficoltà cerchi di liberarsene. Platone scopre nel Fedro come nel Timeo una nuova arte che non solo imita, ma si configura in senso proprio: l’arte del discorso mitico, che per quanto non avanza la pretesa di essere una verità assoluta, non è neppure una semplice illusione, ma rende visibile il vero stesso nell’immagine del “verosimile”. Emerge, inoltre, che l’immagine di per sé non risiede esclusivamente nella sfera dell’arte, ma si estende fino dentro la conoscenza pura. Cosa significa? Proprio la conoscenza matematica è orientata puramente alle idee nella loro permanenza ed eternità, nel loro puro in-sé, essa non può evitare gli aiuti e gli appoggi sensibili, l’apporto del materiale. Solo nell’immagine, nel singolo caso sensibile, essa può rappresentare l’essenza di ciò che è assoluto e privo di immagine. Proprio questo rifermento all’immagine e questa adesione ad essa sono ciò che costituisce il vero e proprio discrimine fra il procedimento matematico e dialettico.

Ora un semplice taglio metodologico non solo divide il sensibile dall’intelligibile, ma interessa anche il regno del pensiero puro. Poiché in una regione dell’intelligibile l’anima ha che fare solo ed esclusivamente con quest’ultimo, cogliendo i rapporti del vero come tali, si nota come l’anima risale fino al principio incondizionato e privo di immagine. Ma nell’altra regione l’anima si serve di immagini visibili alle quale si avvicina nelle sue riflessioni senza considerale nel senso proprio, ma alludendo ad un senso al quale esse rimangono per somiglianza. La connessione del pensiero all’immagine (dualismo) non termina qui. Anche il dialettico, anche il filosofo che stando sempre attaccato mediante i suoi ragionamenti all’idea dell’essere, si sente nuovamente catturato dalla forza dell’immagine non appena prova a tradurla in parole (metafora). Poiché una riproduzione con le parole è in tutto per tutto una rappresentazione mediata che rimane assolutamente inadeguata nei confronti dell’oggetto stesso che si tenta di descrivere esprimere. Ma il grosso limite di tutto ciò è la condizione dell’espressione mediata , una tragicità che investe sia il dialettico che l’artista, che non appena si accinge a formulare linguisticamente le sue ultime conoscenze, non riesce ad andare oltre l’ambito della mediazioone, intesa come stadio preliminare indispensabile per il raggiungimento di una suprema conoscenza filosofica. Di una comprensione razionale si appoggia sia il regno delle intuizioni che delle percezioni sensibili, per la natura umana. Ecco che per il tardo Platone, nella fase di ultima tensione del suo pensiero, non si disdegna più il medium dell’immagine in quanto è l’espressione specificamente umana che possiamo dare a ciò che è spiritualmente supremo.
Un solo motivo concettuale, che solo nel platonismo raggiungerà la piena efficacia, ma fondamentale nella dottrina platonica è il pensiero dell’amore, secondo il quale ogni autentico amore deve essere creativo; ogni energia creativa dell’uomo, non importa come e quale direzione, se si manifesta nel pensiero, nell’agire o nel formare è forza produttiva. Anche l’arte investe della sua capacità creativa non è da intendere come pura imitazione, ma come forma autonoma della rappresentazione formatrice.

A partire dal Rinascimento nasce una nuova forma di estetica e di teoria dell’arte che basandosi sullo stesso Platone, ottiene rivendicando il modello dell’arte, quella giustificazione teoretica e sistematica che Platone stesso aveva rifiutato e che doveva rifiutare a partire dalla premesse sistematiche della sua dottrina.

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